11 commenti su “Da Follia di Patrick McGrath

  1. noi ci incontriamo sul territorio del non essere, Paolo, e non riusciamo ad incontrarci in quello dell'essere… e forse dovrei dire che ci incontriamo  nel territorio del nonesserepiù che diventa eterno (ciò che è la morte)l'opera è vero non appartiene all'artista, cio non dimeno lo identifica nella dimensione sociale che gli conferisce esistenza nello spazio comune,è tutta una questione di livelli spaziotemporali, applicando la capacità intelletiva di scindere questi spazi in pluridimensioni ecco che il paradosso diventa conciliabile.la mia poesia mi appartiene così come la mia poesia non appartiene a me ma ad ogni singolo lettore che se ne appropria nella sua personale dimensione, io smetto di esitere come autrice nel momento stesso in cui vengo letta ma continuo ad esserlo nel mio spaziotempo dimensionale, cosicchè esisterà un terzo livello dove la mia poesia e la mia poesia agita si incontrano per creare quel terzum datur che amiamo tanto e che, a mio giudizio, è il livello più significativo, quello in cui avviene l'incontro, il confine di contatto di Pearls….un pò come il gatto di Schrödinger….esiste nelle sue tre possibilità paradossaliun abbraccio dal MaRe

  2. Potremmo farci un bel libretto, con tutti i nostri amabili botta-e-risposta, Margot! Se ci pensi, c'è già, a far tempo ab initio epistularum.Sarebbe un libro senza epilogo, aperto a sempre nuove visioni, a sempre più esaltanti scoperte. Da sottoporre sempre, senza indugi – e questo è il bello – al vaglio della "falsificazione" .Tutto, anche le fiabe più accattivanti, che sono sempre i luoghi delle nostre "differenze", dove nessun algoritmo potrebbe mai calcolare e/o ristabilire le giuste distanze dall'estremo non-conosciuto. Sta lì, solo lì, nello spasimo della nostalgia d'infinito – che "ci dà la certezza, come dice il poeta, che un paradiso è esistito" -, la "chiave" per aprire la finestra su quell'indecifrabile, incommensurabile spazio-poesia. Non direi che il sé, Margot, diventando altro da sé dopo l'elaborazione "sui generis" dentro il laboratorio interiore, debba ritornare "ad essere sé", perpetuandosi monadicamente in quel circolo vizioso. Perchè il sé che torna nel sé esprime … sé; d'accordo, con tutte le variazioni e le aggiunte valoriali possibili, ma si finirebbe col vedere come riflesso  in uno specchio un sé simulacrale. Non siamo già simulacri?C'è l'arte apposta, destinataria privilegiata, a raccogliere quel sé perduto nel vortice di quegli spasmi di nostalgia, a veicolare Altrove la poesia, l'opera. Questa, una volta nata, si porta con sé il sé del Poeta, eternandolo. E questi, a sua volta,  diventa opera dell'opera."L'artista appartiene all'opera (forse lo sto ripetendo), non l'opera all'artista", dice Novalis. Concordo. L'artista, il Poeta, in sostanza, "vede dal di dentro. Sente dal di dentro e non verso dentro". Il terzo occhio (qualcosa più del sé …), stravolto il visibile nell'opera, spazia con essa per non tornare.  Scompare.  Esiste, deve esistere, solo l'opera, che si stacca dal "creatore in sedicesimo" in "lontananze più che spaziali".  Resta l'Assenza, il Silenzio. Condizione di base perchè la Poesia … sia. Con beneficio di pazienza e comprensione, naturalmente. Pronto, comunque, a cambiare col metodo della falsificazione creativa.Devotamente. paolo del colle dei pini.         

  3. hai mai pensato a quanto possa essere immenso, per non dire infinito, l'universo, il micorcosmo che ognuno racchiude nella propria interiorità?la caverna di AlìBaba (le favole non nascono mai per caso) il cui accesso è possibile unicamente con la "parola magica", la chiave che ognuno dovrebbe ricercare per accedere a questa preziosità variegata e multisfaccettata… in questo tesoro custodito vi è deposto ciò che di prezioso ci è arrivato dagli incontri con gli altri e che abbiamo rielaborato a nostro uso e a nostra misura.il sè diventa altro da sè ma allo stesso tempo torna ad essere sè (torniamo inevitabilmente all'uroboro, immagine che tu detesti perchè ci vedi un ripiegamento, immagine che io amo perchè ci vedo una rinascita) 

  4. Tutto bello e giusto, quello che dici. Mi sentirei però di spingere la tua riflessione più oltre quello sguardo "immenso". Come? L'artista, se lo è veramente, vi dovrebbe entrarci nella ferita, precondizione, peraltro, per godere della  vista su aperture sconfinate che non appartengono più alla sfera del sé, in quanto intrisa del sangue "altro" di cui si nutre. Se parte dal sé senza quel "ricostituente", lo sguardo ritornerebbe, prima o poi, nelle ristrettezze del proprio grembo, prigione dentro prigione dentro prigione …: morte senza più vita. Eccesso, assurdità?(Pensierino di un nuovo giorno "già e non ancora" luce …)paolo, dal monte dei pini.    

  5. ed è proprio quello sguardo immesso  dentro alla ferita che spinge l'artista alla creazione e all'inesauribile desiderio di delineare confini attorno ad un sè che resta sconfinato….benvangano queste derive di pensiero che aprono visioni ed orizzonti…notte

  6.  Tu sai, Margot, che "è la ferita nella bellezza che fa l'arte".Io la vedo, "quella"  bellezza, proprio in quanto ne sgorghi, incessante, il sangue .Altrimenti, sarebbe solo "zucchero filato", cibo per famelici lupi di banalità, e troverebbe dimora fuori da quell'intervallo, dove il silenzio è compiuto, non vi zampillano più gli "ascolti delle  immagini di quel  silenzio poetico" (C.Bene).Non  vi poserei la mano  (del poeta catalano) perchè non m'inzupperei di vita. La tua.  (l'anonimo da quei due attimi "notturni", con l'augurio di Luce)                                   

  7. anonimo@ riesci a vedere la bellezza della mia ferita nonostante il sangue ne sgorghi ancora…..il silenzio è prezioso, specie quello che si estende tra due attimiun saluto a teM_

  8. sì sì, e vengono in mente queste altre parole:             "(…)    nel fitto tessuto delle apparenze,                      al flottare di parole e simulacri,                      vive solo l'immagine del silenzio                      che precipita sulla bellezza della tua ferita.                      E' lì che tendo la mia mano                       ad ogni tuo nuovo Diluvio. (…)"               Forse nel Silenzio tra due attimi, Margot?                                                 

  9. o non si suturano mai…e restano a ingrassare la terra fecondandolaa parte questi tetri pensieri, la giornata è piena di fiori e colori e auguro anche all'amica Margot che li tenga nella sua animasereno weekAL

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