
Volgare è una parola la cui etimologia si rifà al latino vulgus, ovvero popolo. E’ una cosa risaputa quasi da tutti ma è giusto sottolinearla in questa premessa.
E’ interessante riflettere sul fatto che i latini definissero lingua volgare l’italiano alla sua nascita, ed infatti spesso le innovazioni vengono definite volgari perchè passano attraverso una proposta che parte dal basso e poi viene successivamente elaborata dalle menti colte e raffinate. Mai demonizzare i movimenti spontanei delle genti, essi fanno fronte a reali esigenze che si collocano in un’esegesi della trasformazione prodotta prima attraverso i gesti e poi delle parole, processo necessario a creare consapevolezza e consolidamento.
Oggi il concetto di volgare dovrebbe avere un range molto ampio ma come, spesso accade, in una società ”volgare” nel pensiero e nella cultura (il popolo virtuale la dice lunga su questo) come quella contemporanea, questa parola sta arrivando ad assumere una valenza negativa e viene relegata unicamente a modi, atteggiamenti, che rimandano alla sessualità, paradossi epocali che si ripropongono nonostante l’apparente evoluzione dell’umanità e che ci rendono schiavi delle circostanze manipolate da chi sta al potere. Per fornire un esempio esplicativo, ricordiamoci che Berlusconi (di cui non mi ritengo affatto estimatrice) è caduta per il bungabunga e non per la sua politica ad personam e per le sue truffaldine congetture dell’economia mirata ad interessi squisitamente personali.
Fateci caso che quasi sempre l’aggettivo si usa per il femminile, raramente per il maschile; quel grande uomo di Cesare Pavese, persona di cultura e sensibilità estrema affermò che… Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo. Questo pensiero è una sintesi perfetta di questo post, e vi invito a soffermarvici e farne guida per passaggi che potranno sembrare ostici.
E’ proprio qui il nocciolo della questione. Noi proiettiamo su un’immagine o su un modo di parlare la nostra sessuofobia latente. Ma sì, anche questa è una contraddizione palese della società contemporanea. La consumazione del sesso usa e getta non ha contribuito affatto a scardinare i moralismi e i tabu, tutt’altro li ha rafforzati, parzializzando,ancora una volta, le persona. La parzializzazione del sé, è una messa in atto con la sciente volontà di demolire chi, per una serie svariata di motivi, ha innescato in noi la spirale delle emozioni negative, invidia, intolleranza, desiderio di emulazione frustrato, incapacità, strumentalizzazione.
A questo si accompagna il preconcetto che delimita la pulsione erotica entro un ambito che si ritiene debba necessariamente e assolutamente rimanere circoscritto in un territorio delimitato, e solo in quel territorio ci si può concedere di esprimere la propria natura erotica (concetto frainteso e che io ritengo far parte dell’etologia e non della pornografia) a cui si è obbligati a dare precisa identificazione attraverso l’applicazione di schemi,appunto preconcettuali e anche pregiudizievoli.
Ma qui cadiamo nel tranello del giudizio analitico a priore di Kant, inteso in senso ampio, un giudizio meramente tautologico perchè non apporta nulla di nuovo al concetto espresso, parte ed arriva ad esso, ovvero parte e arriva allo stesso punto; per semplificare, se io guardo un’immagine con caratteristiche legate ad archetipi mentali trasmessi moralmente da una struttura ancestrale della mente codificata nel tempo e mai rimessi in discussione, avallo, col mio giudizio basato su di essi, l’archetipo stesso, per semplificare ancora stabilendo che un reggicalze, una guepiere, una nudità parziale o totale facciano parte della sfera della volgarità e indirettamente del tabù sessuale che sto violando ovvero l’esposizione di una immagine preconcettualmente legata all’alcova, alla casa chiusa, all’intimità, ecco che divento volgare (nel suo doppio significato, di origine di appartenenze al volgo, e di accezione negativa rielaborata nel tempo)
Ma non è così!!! Le sfumature parblue!! Le sfumature creano le nuances dell’individuo, ciò che fa la differenza.
È d’uopo invence, mettere in pratica il nostro giudizio sintetico a posteriori, giudizio che si attua attraverso l’esperienze,( “syn” (=con) e dal verbo “tythénai” (=mettere) mettere insieme) ovvero posso io definire volgare un’immagine obiettivamente, “senza spogliarla” dei preconcetti archetipici a cui inconsapevolmente l’ho legata? In questo tipo di giudizio, io aggiungo al soggetto qualcosa di nuovo veramente che scaturisce direttamente dalle mie emozioni e non dal pregiudizio applicato, metto insieme una connessione fra me che sono il soggetto e l’immagine che è l’oggetto.
Un’immagine che turba, destabilizza, scuote, è comunque un movimento dinamico dentro di noi capace di far scorrere e fluire emozioni, pensieri, conoscenze, cognizioni e far irrompere il dubbio creativo che non può che apportare benefici a tutto il nostro essere.
Il dubbio creativo è la capacità di mettere in gioco la propria identità attuando uno stadio di crescita che una volta consolidato ci gratificherà nel nostro essere più intimo, ci farà sentire veramente liberi di affermare la nostra interezza, che è composta da tessere infinite e mobili, non siamo statue di gesso a cui altri per noi hanno confezionato una vita, hanno predisposto una strada da seguire, così si perde l’autenticità e il verso senso della nascita.
Ancora c’è bisogno di dire alle soglie del terzo millennio, che: le donne non sono sante o puttane… tra queste due delimitazioni paradigmatiche ci sono universi femminili, che gli uomini dovrebbero imparare a guardare e le donne a scoprire in sé stesse.