OmniaTempusHabent

Il viaggio impossibile

Pubblicato da margotcroce in maggio 27, 2012
Posted in: Poesia. Tagged: margotcroce, oniricum, poesie, the shadow. 2 commenti

Assenza di progetti

Recalcitrante

 

(Se tu fossi invisibile cosa faresti?

Non voglio essere invisibile

Sono esibizionista)

 

Rose appassiscono

 

Impatta lo sguardo con il buio

Cerco di aprire gli occhi ma non ci riesco

Si gira il collo come un tappo a vite

M’impongo di aprire gli occhi

Ma la palpebra si ostina a rimanere chiusa.

 

Rose appassiscono coi progetti

 

Sfilami i nervi dal polso e legami la voce

Voglio un silenzio irraggiungibile

(Ma dai, non ti piacerebbe essere invisibile?

Non credo. Lo trovo sleale)

 

Rose e progetti hanno vita breve.

 

Per aprire gli occhi devo svegliarmi.

Lasciami il dettaglio del tuo volto

Appoggialo lì sopra al comodino.

Qualcosa sta cambiando (prodromi della trasformazione)

Pubblicato da margotcroce in maggio 27, 2012
Posted in: Pensiero, Società. Tagged: cassandra e cassandrità, crisi e trasformazione, margotcroca, premonizioni, prodromi. 5 commenti

Sabato pomeriggio nella mia “tranquilla” cittadina di provincia (non cambierei la provincia con nessuna megalopoli) dove ancora è d’obbligo la passeggiata in centro, rituale a mezzo tra la noia introitata come valore aggiunto e la rassicurazione degli incontri famigliari consolidati, di sottofondo musica, un rock duro ma decisamente ben eseguito e qualcosa di indistinto che fiuto istintivamente come diverso.

Attivo le mie antennine di poetessa cassandropica e scruto la varia umanità.

Sì, c’è qualcosa di diverso, decisamente. Intanto i giovani adolescenti non sono vestiti tutti uguali a mò di uniforme cinese, noto con grande piacere e meraviglia che gli abiti variano in stile, colore, abbinamenti.

Guarda una marea di ragazzi maschi con look chiaramente da uscita, ma c’è chi indossa magliette dark, chi calzoni rapper, chi jeans sdruciti, chi polo classiche, chi camice a quadri, chi abbina lo stile militare ad una maglietta floreale. C’è chi ha i capelli lunghi, chi cortissimi, chi porta la cresta gellata.

Con stupore estatico mi accorgo di una cosa ancora più importanti, i fisici sono tra i più svariati, ma nessuno sembra farsene condizionare. Alti e sgraziati, bassi e cicciotti. Occhialuti, culi bassi, nasi importanti… cose che fino a qualche anno fa avrebbero mandato in tilt ogni adolescente, difetti esibiti con estrema disinvoltura che sembrano non condizionare la voglia di esserci.

Anche le ragazze a guardarle sono molto diverse, di anoressiche in tiro quasi nessuna, minigonne, calzoncini, jeans…cosce al vento senza imbarazzo di cellulite alcuna.

Mi avvicino al palco del gruppo che sta suonando, quattro giovani appassionati e  di talento, per niente intimoriti dalla piazza. Non c’è nessuna altra musica che ti trasmette il senso di libertà e di sana rivolta come l’hard rock. Attraverso quei suoni duri e prepotenti sei pervaso da un bisogno di affermazione di tutto il tuo essere, stai dicendo ci sono, e ho da dire qualcosa, e loro lo stavano facendo.

Poi guardo gli adulti, tante coppie coi cani, i cani sono diventati dei compagni immancabili, fanno parte del gruppo famigliare come non mai (naturalmente questo mi fa esultare).

Ma non è  ancora tutto…quello che fiuto è un bisogno di affermare la propria singolarità di individuo, sfuggire alla omologazione, avere un pensiero svincolato, che forse passa anche attraverso un tatuaggio o un piercing in grado di contraddistinguere maggiormente, ma senza isolarsi, essere individui nel gruppo, pronti ad agire.

Ho catalogato questo anno al suo inizio, definendolo anno della Trasformazione…forse la crisi, intesa in questo senso, è la spinta propulsiva per questa trasformazione.

Questo post non è l’analisi di un fenomeno sociale ma una sorta di intuizione.

Imperare sibi maximum imperium est (Lucio Anneo Seneca)

Sono volgare quanto basta

Pubblicato da margotcroce in maggio 24, 2012
Posted in: Pensiero. 10 commenti

Volgare è una parola la cui etimologia si rifà al latino vulgus, ovvero popolo.  E’ una cosa risaputa quasi da tutti ma è giusto sottolinearla in questa premessa.

E’ interessante riflettere sul fatto che i latini definissero lingua volgare l’italiano alla sua nascita, ed infatti spesso le innovazioni vengono definite volgari perchè passano attraverso una proposta che parte dal basso e poi viene successivamente elaborata dalle menti colte e raffinate. Mai demonizzare i movimenti spontanei delle genti, essi fanno fronte a reali esigenze che si collocano in un’esegesi della trasformazione prodotta prima attraverso i gesti  e poi delle parole, processo necessario a creare consapevolezza e consolidamento.

Oggi il concetto di volgare dovrebbe avere un range molto ampio ma come, spesso accade, in una società ”volgare” nel pensiero e nella cultura (il popolo virtuale la dice lunga su questo)  come quella contemporanea, questa parola sta arrivando ad assumere una valenza negativa e viene relegata unicamente a modi, atteggiamenti, che rimandano alla sessualità, paradossi epocali che si ripropongono nonostante l’apparente evoluzione dell’umanità e che ci rendono schiavi delle circostanze manipolate da chi sta al potere. Per fornire un esempio esplicativo, ricordiamoci che Berlusconi (di cui non mi ritengo affatto estimatrice) è caduta per il bungabunga e non per la sua politica ad personam e per le sue truffaldine congetture dell’economia mirata ad interessi squisitamente personali.

Fateci caso che quasi sempre l’aggettivo si usa per il femminile, raramente per il maschile; quel grande uomo di Cesare Pavese, persona di cultura e sensibilità estrema  affermò che… Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo. Questo pensiero è una sintesi perfetta di questo post, e vi invito a soffermarvici e farne guida per passaggi che potranno sembrare ostici.

E’ proprio qui il nocciolo della questione. Noi proiettiamo su un’immagine o su un modo di parlare la nostra sessuofobia latente. Ma sì, anche questa è una contraddizione palese della società contemporanea. La consumazione del sesso usa e getta non ha contribuito affatto a scardinare i moralismi e i tabu, tutt’altro li ha rafforzati, parzializzando,ancora una volta, le persona. La parzializzazione del sé, è una messa in atto con la sciente volontà di demolire chi, per una serie svariata di motivi, ha innescato in noi la spirale delle emozioni negative, invidia, intolleranza, desiderio di emulazione frustrato, incapacità, strumentalizzazione.

A questo si accompagna il preconcetto che delimita la pulsione erotica entro un ambito che si ritiene debba necessariamente e assolutamente rimanere circoscritto in un territorio delimitato, e solo in quel territorio ci si può concedere di esprimere la propria natura erotica (concetto frainteso e che io ritengo  far parte dell’etologia e non della pornografia) a cui si è obbligati a dare precisa identificazione attraverso l’applicazione di schemi,appunto preconcettuali e anche pregiudizievoli.

Ma qui cadiamo nel tranello del giudizio analitico a priore di Kant, inteso in senso ampio, un giudizio meramente tautologico perchè non apporta nulla di nuovo al concetto espresso, parte ed arriva ad esso, ovvero parte e arriva allo stesso punto; per semplificare, se io guardo un’immagine con caratteristiche legate ad archetipi mentali trasmessi moralmente da una struttura ancestrale della mente codificata nel tempo e mai rimessi in discussione, avallo, col mio giudizio basato su di essi, l’archetipo stesso, per semplificare ancora stabilendo che un reggicalze, una guepiere, una nudità parziale o totale facciano parte della sfera della volgarità e indirettamente del tabù sessuale che sto violando ovvero l’esposizione di una immagine preconcettualmente legata all’alcova, alla casa chiusa, all’intimità, ecco che divento volgare (nel suo doppio significato, di origine  di appartenenze al volgo, e di accezione negativa rielaborata nel tempo)

Ma non è così!!! Le sfumature parblue!! Le sfumature creano le nuances dell’individuo, ciò che fa la differenza.

È d’uopo invence, mettere in pratica il nostro giudizio sintetico a posteriori, giudizio che si attua attraverso l’esperienze,( “syn” (=con) e dal verbo “tythénai” (=mettere) mettere insieme) ovvero posso io definire volgare un’immagine obiettivamente, “senza spogliarla” dei preconcetti archetipici a cui inconsapevolmente l’ho legata? In questo tipo di giudizio, io aggiungo al soggetto qualcosa di nuovo veramente che scaturisce direttamente dalle mie emozioni e non dal pregiudizio applicato, metto insieme una connessione fra me che sono il soggetto e l’immagine che è l’oggetto.

Un’immagine che turba, destabilizza, scuote, è comunque un movimento dinamico dentro di noi capace di far scorrere e fluire emozioni, pensieri, conoscenze, cognizioni e far irrompere il dubbio creativo che non può che apportare benefici a tutto il nostro essere.

Il dubbio creativo è la capacità di mettere in gioco la propria identità attuando uno stadio di crescita che una volta consolidato ci gratificherà nel nostro essere più intimo, ci farà sentire veramente liberi di affermare la nostra interezza, che è composta da tessere infinite e mobili, non siamo statue di gesso a cui altri per noi hanno confezionato una vita, hanno predisposto una strada da seguire, così si perde l’autenticità e il verso senso della nascita.

Ancora c’è bisogno di dire alle soglie del terzo millennio, che: le donne non sono sante o puttane… tra queste due delimitazioni paradigmatiche ci sono universi femminili, che gli uomini dovrebbero imparare a guardare e le donne a scoprire in sé stesse.

foto_pensiero

Pubblicato da margotcroce in maggio 19, 2012
Posted in: Pensiero, Società. Tagged: fotografare, immagini e pensiero, margot croce, riflessioni. 22 commenti

foto marcrux

Quando ero piccola e andavo a casa della mia nonna paterna, matriarca accentratrice e poco incline alla nonnità, mi soffermavo a guardare le foto ingiallite dal fumo del camino e dal tempo, poste su di un telaio di legno dalla forma artistica e lavorata che creava una cornice suggestiva con i suoi fronzoli e le sue volute.

Ne conteneva tante di foto, perloppiù di gente morta e da me mai conosciuta, parenti collocati nel limbo del sine temporis e aleggianti nella quotidianità, brevi accenni della loro vita nei racconti e negli avvenimenti  remoti;  poi c’erano le foto in posa dell’intera famiglia, qualcuna ritoccata in modo ingenuo (e mica c’era photoshop) con rossetti e guanciotte rosate.

La foto era una reliquia, un oggetto di culto, un collegamento ipertestuale con il passato, una testimonianza, un documento, un affetto.

Eppure nel mio animo quelle immagini statiche risuonavano come qualcosa di minaccioso, l’attimo fissato come le farfalle spillate dell’entomologo, la vita defluiva ad ogni sguardo e l’aria si caricava di spiriti, fantasmi inquieti, tramortiti dagli occhi dei vivi.

Poi la fotografia si è evoluta, colorata, definita, rielaborata, digitalizzata, fotoshoppata….

L’immagine ha perso quella carica statica e angosciante e ha cominciato a parlare, comunicare, tentare di muoversi, comporsi in un linguaggio senza voce per trasmettere emozioni e creare mondi su cui appoggiare le parole.

Molti fotografi sono considerati, a ragione, dei veri artisti. A me piacciono le donne statuarie e  lempickiane di Helmut Newton, il surrealismo avvincente di Man Ray, la foto poesia di Mario Giacomelli

Mosaico_3

Pubblicato da margotcroce in maggio 14, 2012
Posted in: Poesia. 16 commenti

Mi avrai tra le mani

Tenera creta

Che si modella al tuo essere

E ti possiede

Mosaico_2

Pubblicato da margotcroce in maggio 13, 2012
Posted in: Poesia. Tagged: fusione, poesia. margot croce. passione, tantra, tutto l'amore che ho. 7 commenti

Sono la musica

che accarezza

il tempo delle tue giornate

Mosaico_1

Pubblicato da margotcroce in maggio 12, 2012
Posted in: Poesia. Tagged: fusione, margot croce, passione, poesia, tutto l'amore che ho. Lascia un commento

Io non amo in silenzio

Io

Arrivo al cuore

Flusso di coscienza

Pubblicato da margotcroce in maggio 9, 2012
Posted in: Pensiero. Tagged: flusso di coscienza, i monologhi dell'anima, margot croce, pensieri e parole, poesia nascosta. 19 commenti

Foto marcrux

Ogni tanto la voglia di scrivere mi riprende prepotente, questa malia parossistica di riversare i pensieri sulla carta(?) o dovrei dire sullo schermo…

Ho letto tanto, leggo tanto, scrivo tanto, ma come fanno le parole a creare mondi sempre nuovi? A volte le paragono ad un mandala, un atto creativo che componendosi in lettere ci assorbe i pensieri negativi, li espelle come tossine e poi ci fa sentire meglio.

Da ragazza scrivevo diari, taccuini, poesiole con la mia grafia oscura, elegante ma misteriosa, continua come un sentiero. Non alzavo mai la penna dal foglio, la penna scivolava come un dito sulla seta, alzarla mi costava fatica, interrompeva quel flusso che aveva urgente bisogno di  sgorgare e consolidarsi nel segno.

Piccole perle di emozioni che tentavano di infilarsi a formare collane. Non sentivo il bisogno di rileggere (in verità non lo sento nemmeno adesso) come se in questo riversarsi si attuasse la realizzazione e lo scopo dello scrivere, eppure si è soliti dire che si scrive per essere letti, sarà così?

Con l’avvento dei blog e di interi panorami di pseudo e filo scrittori viene da pensare che si scrive per sé abbracciati alla illusione che qualcuno legga ma che in fondo, anche se non ci legge nessuno, poco importa al nostro bisogno.

Paradossalmente comunicare con le parole è diventato al contempo più semplice e meno incisivo, sarà forse che si è già detto tutto e la perversa coazione a ripetere della genia umana continua a farsi domande a cui non ci sono risposte e a fare errori che, dopo la prima volta, avrebbero dovuto essere insegnamenti.

Attraverso questo perseverare diabolico ognuno pensa di dire cose nuove ed interessanti, anche io a volte, non in questo momento, in questo istante di flusso di coscienza sto scrivendo veramente per me sola, anche se so che posterà il mio scrivere sul blog e magari su facebook, dove i MI PIACE, per un attimo mi gratificheranno nella prestidigitazione di una magia da spettacolo teatrale e vedrò spuntare il coniglio o la colomba che mi abbaglieranno con la finta naturalità del loro movimento.

Nel mio tempo circolare, nei miei passaggi uroborici, è come se la levigatezza della perla si trasformi ogni volta modificando quella collana apparentemente uguale da anni, arricchendola di nuove sfumature.

Ora è maggio, di quale anno non importa, importante è che sia prima di un altro maggio e dopo di un altro maggio ancora, esattamente collocato  in questo spazio, naturalmente come un riavvicendarsi di stagioni che col loro ripetersi si perpetuano in un assetto strutturale uguale e diverso.

Il mio ciclo naturale, il mio ciclo emotivo naturale che fluisce nell’indifferenza del macrocosmo umano ma lenisce la mia perdita temporale con una nuova levigatura di perla.

Segreta felicità dell’essere in naturalezza. Mondo tra i mondi. Illusione tra illusioni. Unicità nel molteplice.

Invecchio…

Pubblicato da margotcroce in aprile 23, 2012
Posted in: Poesia. Tagged: dell'essere e del sè, poesia. margot croce, poesie. 10 commenti

Foto di
http://www.photgraphic.it

Invecchio come una rosa sorpresa dalla vita

Da un giorno all’altro

Un mutamento

Che non è solo una ruga

È un truciolo spiallato dello spirito

Il torpore rosa della pelle

Si stende in uno spasimo di orgoglio

Rosa stratificata

Chiusura balconata

Dove entra l’aria e fugge il tempo

Rimescolio sfuggente d’attimo slegato.

Mi fa da contrappunto un sedimento

Di stami e di oro satinato

Sgocciolio di gineceo

Nell’ombra schiuso.

Pensieri sparsi prima di dormire

Pubblicato da margotcroce in aprile 20, 2012
Posted in: Pensiero, Poesia. Tagged: i monologhi dell'anima. 16 commenti

Ho lo sguardo fermo a guardare scendere la notte. Il vetro opaco mi nasconde la purezza del cielo. Domani sarà un giorno difficile

Una volta i bambini erano bambini, amavano giocare negli spazi aperti, si crogiolavano nella loro infanzia e non avevano fretta di crescere.

Anche i poeti una volta erano bambini. E le donne dei poeti si inebriavano alla lettura dei versi dell’amato e a lui si donavano.

Ora la poesia è banale. Nessuno la cerca più. Nessuno ha bisogno di immergersi nei versi.

Quello che odio sono i buoni sentimenti, falsi, finti, messi in versi, come se il verso li potesse trasformare.

I buoni sentimenti sono come la bijotteria scadente, rilucono allo sguardo per poi subito scolorire nella loro deprimente falsità.

Quando mi dici che non so essere felice mi rendo conto di quanto sia vero. Di quanto il poeta fingitore che vive in me abbia bisogno di questa infelicità per tormentarsi e raccontarsi.

Ma non posso sentirmi in colpa se adoro i bicchieri di cristallo, le tazze di porcellana inglese, le lenzuola di seta, i piumini svedesi morbidi e caldi, le calze col pizzo e la lingerie sexy, se mi piace Neruda, Lorca  e Pessoa, se Jodorowsky e Carotenuto mi hanno insegnato qualcosa, se Carotenuto mi ha dato la prima chiave, se Murakami racconta la mia immaginazione…gli scrittori che ami finisci con il considerarli amici, amici che non tradiscono mai, amici di cui ti puoi fidare…

Non come certi amici incontrati nella vita. L’amicizia è una pura invenzione. Al primo intoppo svanisce come un palloncino portato via dal vento oppure ti scoppia fra le mani.

E l’amore mi chiede mio figlio? L’amore è quel che è, come diceva Fried… so solo che non se ne può fare a meno.

La solitudine è un traguardo o una prigione?

Intanto non mi so mettere lo smalto, mi trucco bene, ma lo smalto non me lo so mettere, le mie mani le ho sempre penalizzate, sono la cosa di me che curo meno. Non che non le ami, ma mi servono troppo e non ho il tempo di curarle.

Ho trovato un vecchio quaderno dove annottavo i sogni, così ho riletto dell’autobus… troverò il biglietto giusto?

Mi sono imbattuto in questo video di Chet Baker….una meraviglia assoluta, ascoltarlo è come mangiare un dolce squisito…non ci rinunciate

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